La parola barlafüs è una tipica espressione del dialetto milanese, diffusa più in generale in tutta la Lombardia. È uno di quei termini popolari che nel tempo hanno cambiato significato, mantenendo però sempre una sfumatura ironica e un po’ sprezzante. In origine indicava infatti un arnese di lavoro di scarsa importanza, un utensile secondario utilizzato nella filatura e nel lavoro artigianale. Proprio perché non era uno strumento fondamentale, il termine ha iniziato a essere usato per indicare qualcosa di poco valore o di poca utilità.
Col passare del tempo il significato si è ampliato e il vocabolo è entrato nel linguaggio quotidiano. In milanese si può dire “gh’è chì domà barlafüs”, cioè “qui ci sono solo cose inutili”. Da qui il passo verso l’uso riferito alle persone è stato naturale: barlafüs è diventato il modo per descrivere qualcuno che conta poco, una persona inconcludente, incapace o che parla molto senza dire nulla di sensato. Non è necessariamente un insulto pesante, ma piuttosto una definizione ironica per indicare un individuo considerato poco affidabile o di scarso spessore.
L’origine della parola non è del tutto certa e nel tempo sono state formulate diverse ipotesi etimologiche. Alcuni studiosi ritengono che il termine sia composto da elementi di diversa provenienza linguistica, a metà tra latino e germanico. Una spiegazione lo collega alla parola “fuso”, lo strumento usato per filare, combinata con elementi dialettali legati al parlare o al chiacchierare. Un’altra interpretazione fa risalire il termine all’antico germanico “barna”, una piccola piastrina forata in cui veniva inserita la punta del fuso per mantenerlo fermo durante la filatura. In questo caso il barlafüs sarebbe stato proprio un accessorio modesto del telaio, e da questa funzione secondaria deriverebbe l’uso figurato per indicare qualcosa – o qualcuno – di poco conto.
Esiste anche una suggestiva ricostruzione storica che collega il termine al mondo del teatro popolare. Con la decadenza della cultura romana si diffusero spettacoli popolari chiamati mimiambi, brevi farsacce recitate da attori che improvvisavano scene spesso irriverenti e scandalose. Le autorità guardavano con sospetto questi artisti e imponevano loro limitazioni umilianti, tra cui l’obbligo di recitare scalzi. Da qui deriverebbe il termine latino legato ai piedi nudi, che in varie lingue europee ha mantenuto un significato dispregiativo: in francese si parlava di nu-pieds e in tedesco di barfuss, cioè “scalzo”. Secondo questa interpretazione, durante la dominazione austriaca in Lombardia il termine tedesco si sarebbe trasformato nel milanese barlafuss, poi diventato barlafüs, assumendo il significato di persona o oggetto di nessun conto.
Oggi la parola sopravvive soprattutto nel linguaggio popolare e affettuosamente ironico della tradizione milanese. Quando qualcuno viene definito un barlafüs, non si tratta tanto di una vera offesa quanto di un modo colorito per dire che è uno che vale poco, che combina poco o che parla molto senza costrutto, mantenendo vivo uno dei tanti termini pittoreschi del patrimonio linguistico lombardo.
